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August 2, 2007
Per finire una bella recensione
di Pierfrancesco Majorino

Con oggi chiudo definitivamente la stagione di questo blog così da me maldestramente trattato  (a tale proposito mi scuso con i “commentatori” e i “commenti” che non ho “autorizzato” in barba alle leggi del bloggismo ma proprio perché majorino.it conoscerà una nuova stagione tra breve e sarà più dinamica e aperta, un po’ come il PD non sono stato “dietro” a discussioni e interventi).
Come ultimo contributo di     questo primo anno di vita malconcia del sito pubblico una bella e fin troppo generosa recensione all’eterno giovedì che Luciano Canova, giovane e brillante intellettuale che vive  tra Sondrio, Milano, Tirana e Parigi  ha scritto per alcune riviste. A presto..  
“Siamo negli anni Sessanta del secondo millennio. Dopo una lunga separazione, Riccardo rintraccia suo padre Vincenzo allo scopo di ricostruire la storia della sua famiglia. Gregorio, Alvarez, Vincenzo, Riccardo, il ricordo come lungo flusso di memoria che si risveglia e affronta, nel racconto di cui l’ultimo destinatario è Mattia, i passi dolorosi di una vita straordinaria in tempi straordinari. Tempi confusi e oscuri in cui ciascun figlio si trova a ripetere l’esperienza del padre in un sistema che si evolve senza cambiare e concepisce il mondo sempre allo stesso modo: diviso tra gli uomini che fanno la storia e quelli che la scrivono. Sullo sfondo, il resoconto “giorno-per-giorno” di uno sciopero condotto da inaspettate manifestanti che lottano per conquistare un ruolo da protagoniste di vite che sono le loro e di cui non intendono affidare la stesura a nessuno.
Questa, in sintesi, la vicenda del romanzo. L’eterno giovedì è il secondo libro di Pierfrancesco Majorino, dopo l’esordio con Dopo i lampi vengono gli abeti (Pequod Edizioni). Questo libro e il ruolo che i meccanismi e i gorghi della memoria vi giocano lo rendono un testo estremamente originale all’interno del panorama letterario attuale. E’ davvero un romanzo maturo, con una voce narrativa nitida che, di pagina in pagina, guida sicura il lettore e districa l’intreccio. E’ un gomitolo che una mano sapiente scioglie, mantenendo con delicatezza il filo ad accompagnare ogni pensiero.
Pierfrancesco Majorino è scrittore coraggioso e consapevole, come ha avuto anche modo di sottolineare Giuseppe Genna tessendone lodi durante la prima presentazione alla Fnac di Milano. La storia o, meglio, le storie che riempiono il libro, sono così liriche, così intense: ‘L’eterno giovedì’ è uno di quei libri da rileggere per sottolinearsi le frasi che emozionano di più, che veicolano un messaggio e, in qualche modo misteriorso, aggiungono un pezzo al cosiddetto miglioramento del mondo.
E il ‘miglioratore del mondo’ con cui mi piace appellare Pierfrancesco si riferisce al concetto hessiano di chi, silenziosamente, aggiunge un pezzo di cielo a un po’ di buio. Tante sono le suggestioni che comunica ‘L’eterno giovedì’: da Quarto potere con la costruzione a incastro a Il sentiero dei nidi di ragno per la passione civile con cui viene raccontata la lotta partigiana.
Il fruscio dell’inquietudine della società contemporanea, inquieta per l’ombra di un Grande Fratello, fa pensare più a Fahreneit 451 che a 1984. Non so, sarà quell’atmosfera di tensione malinconica che permea le pagine riferite ai tempi più vicini a noi. Il racconto della fuga di Gregorio durante la seconda guerra mondiale è davvero molto ispirato: leggendolo e rileggendolo, c’è da meravigliarsi per tanta semplicità nel produrre poesia.
Anche Moni Ovadia ha avuto modo di sottolineare la rilevanza di questo romanzo, dicendo che la prima sensazione è quella di una sana agguerritissima invidia per chi, essendo avvezzo alla buona scrittura, intuisce di avere tra le mani un testo poderoso. La lingua di Majorino è infatti nitida e poietica, uno di quei linguaggi ancora in grado di creare un mondo dentro il quale, accettatene le regole, il lettore ama perdersi.
In conclusione, “L’eterno giovedì” ha proprio gli occhi che tagliano il vento e l’intensità di tante storie fatte di Storia e che la fanno. Si vede che per Majorino la scrittura è piacere. Così come sarà un piacere, per chi ne ha la possibilità, leggerlo. “